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Atti del convegno: Tommaseo, nostro contemporaneo
14 agosto 2004

 

Trieste, 14 agosto 2004

ATTI DEL CONVEGNO: TOMMASEO, NOSTRO CONTEMPORANEO

Mentre si attendono gli atti del Convegno di Zagabria, vedono la luce gli Atti del convegno udinese dedicato a Tommaseo (a cura di Silvio Cattalini, sotto l'egida dell'Associazione nazionale Venezia Giulia e Dalmazia) svoltosi nel 2002, bicentenario della nascita. La prima impressione che si ricava dal volume - scrive F. Senardi su Il Piccolo - è quella di una piena conferma della latitudine intellettuale dello scrittore dalmata, a suo agio tanto sul terreno della lirica e della narrativa, quanto su quello della ricerca erudita e degli studi demologici e linguistici, che in campo filosofico e politico-culturale; i singoli saggi fotografano infatti un ventaglio di tematiche di ampiezza a dir poco enciclopedica: in particolare colpisce la capacità dello scrittore di Sebenico di mettere a frutto ogni incontro, ogni esperienza, ogni tappa del suo inquieto vagabondaggio di esule per riflessioni e ricerche che non rinnegano mai, pur nello svariare degli interessi, il baricentro etico-religioso.
Eccolo allora ridare lena, dopo il suo rientro in Dalmazia nel 1839, a una simpatia già coltivata per la lingua e la poesia illirica, spettatore entusiasticamente partecipe del risveglio culturale, sociale e civile dei popoli slavi, pur in una prospettiva, irremovibilmente federalista sul piano politico (tale da portarlo all'urto con le posizioni annessionistiche di coloro che volevano un legame più stretto della Dalmazia con la Croazia. "L'unità sia nel cuore - afferma, - ma ne' governi e nelle leggi e ne' movimenti libera varietà" (analogamente a quanto aveva sempre sostenuto, e continuerà a ribadire ad unità realizzata, anche a proposito dell'Italia). Oppure, nuovo esempio, lo vediamo approfondire, nel breve soggiorno in Corsica, i temi della poesia popolare, inesausto nel raccogliere, classificare, commentare (a lui si deve, ricorda Fiorenzo Toso citando Marchetti, un volume di canti popolari che per la prima volta fanno assurgere il vernacolo corso a livelli di dignità letteraria), vichianamente convinto che vi è un tesoro di saggezza contenuto nella lingua del popolo (ma la plebe rurale e non il berchetiano "popolo" borghese) e che a quel popolo dove guardare l'intellettuale, con l'umiltà di chi è pronto ad imparare.
Nel contempo, e come potrebbero mancare?, non poche ombre in una personalità così ricca e sfaccettata: l'umoralità, l'intemperanza, le intransigenze, la chiusura nei confronti del nuovo, tale anzi da portarlo a incrociare, metaforicamente, la lama con il goriziano Ascoli, uno dei fondatori della moderna linguistica italiana, cui rimprovera l'atteggiamento specialistico e oggettivo, la sudditanza nei confronti "dell'orientamento ufficiale e predominante d'impronta tedesca e di ascendenza positivista della glottologia" (Domenico Santamaria), quasi che l'ascendenza nazionale di un filone scientifico dovesse giocare un ruolo nel giudizio di valore; cosa che non gli impedisce tuttavia di affezionarsi al "poeta inetto" Heinrich Stieglitz, la cui vicenda - raccontata da Renate Lunzer -, quella per nulla tipica di un tedesco che si appassiona così profondamente alla causa della libertà veneziana da sacrificare la vita sulla laguna, si guadagna il commosso ricordo del patriota dalmata: "e vedendo già sovrastante a Venezia da capo il giogo dell'Austria, se ne rammaricava in sé forse più che certi italiani: se non che, quasi per toglierlo a quella vista, il morbo cholera due giorni innanzi il rientrare del nemico lo colse, ignaro me ed altri molti benevoli suoi, non confortato dalle parole del suo prete protestante, ma dal pensiero d'Iddio".
In conclusione, di fronte a una tale mole di curiosità, interessi, realizzazioni impossibile non dare ragione al triestino Fulvio Salimbeni, di cui gli Atti riportano le conclusioni, che ogni nuova riflessione sull'operosità a vasto raggio del Tommaseo, piuttosto che risolvere in via definitiva i problemi interpretativi legati a una figura tanto straordinaria quanto scomoda, nel suo ruolo di intellettuale di cultura veneta, italiana ed europea, di moralista intransigente, di ricercatore geniale pone le premesse per sviluppare ulteriormente le indagini in settori che gli studiosi di storia, letteratura, dottrine politiche (a proposito, a quando la ristampa del volume del 1847, "Intorno a cose dalmatiche e triestine"?), ecc. hanno per ora solo sfiorato (certe sfumature della cultura religiosa del Tommaseo per esempio, la fede politica federalista in tutte le sue implicazioni, ecc.); considerando anche che si parla di un intellettuale la cui sensibilità, le cui convinzioni e i cui auspici di un futuro di fratellanza per i popoli (atteggiamenti che trovano il loro simbolo nella capacità dello scrittore di coltivare con amore - come recita il necrologio su un numero della "Gazzetta di Trieste" del maggio 1874 citato da Živko Nižic - "l'altro idioma della sua patria, lo slavo"), sviliti a suo tempo dalle trionfanti ideologie nazionalistiche, potrebbero rivelarsi straordinariamente attuali in un'Unione Europea multi-etnica e plurilinguistica, cui manca tuttavia ancora un briciolo d'anima, un corredo di ideali condivisi.




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