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Documento
ufficiale della Commissione Storica Italo-Slovena ( 1
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I
rapporti italo-sloveni / Periodo 1880-1918

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Il rapporto italo-sloveno nella regione adriatica ha la sua
origine nella fase di crisi successiva al crollo dell'impero
romano, quando da una parte sul tronco della romanità
si sviluppa l'italianità e dall'altra si verifica l'insediamento
della popolazione slovena. Di questo secolare rapporto di
vicinanza e di convivenza s'intende qui trattare il periodo,
che si apre intorno al 1880, segnato dal sorgere di un rapporto
conflittuale e di un contrasto nazionale italo-sloveno.
Questo conflitto si sviluppa all'interno di una realtà
politico-statale, la monarchia asburgica, della quale le diverse
zone costituenti il Litorale austriaco erano entrate a far
parte attraverso un secolare processo, iniziato nella seconda
metà del XIV secolo e conclusosi, con l'Istria veneziana,
nel 1797. La plurinazionale monarchia asburgica nella seconda
metà del XIX secolo appare incapace di dare vita a
un sistema politico che rispecchiasse compiutamente nella
struttura statale la multinazionalità della società,
ed è scossa pertanto da una questione delle nazionalità
che essa non sarà in grado di risolvere. All'interno
di questa Nationalitätenfrage asburgica si colloca il
contrasto italo-sloveno, sul quale si riflettono anche i processi
di modernizzazione e di trasformazione economica, che toccano
tutta l'Europa centrale e la stessa area adriatica.
Il rapporto italo-sloveno appare così caratterizzato,
secondo un modello che si ritrova anche in altri casi della
società asburgica del tempo, da un contrasto tra coloro,
gli italiani, che cercano di difendere uno stato di possesso
(Besitzstand) politico-nazionale ed economico-sociale e coloro,
gli sloveni, che tentano invece di modificare o di ribaltare
la situazione esistente. Il problema è reso ancora
più complesso dall'indubbio richiamo culturale ed emotivo,
anche se non sempre politico, che l'avvenuta proclamazione
del Regno d'Italia e forse più ancora il passaggio
a questo stato dei vicini territori del Veneto e del Friuli
esercitano sulle popolazioni italiane d'Austria. Allo sguardo
che gli italiani rivolgono oltre le frontiere della monarchia
si contrappone la volontà slovena di rompere i confini
politico-amministrativi, che in Austria li dividono tra diversi
Kronländer (oltre ai tre del Litorale, la Carniola, la
Carinzia e la Stiria), limitandone i rapporti reciproci e
la collaborazione politico-nazionale.
L'unione del Veneto al Regno d'Italia aveva determinato anche
la nascita di una questione che tocca direttamente le relazioni
italo-slovene: con il 1866 la Valle del Natisone, la Slavia
veneta, entra a fare parte dello stato italiano, la cui politica
verso la popolazione slovena esprime immediatamente la differenza
tra un vecchio stato regionale, la Repubblica di Venezia,
e il nuovo stato nazionale. Il Regno d'Italia segue una linea
di cancellazione del particolarismo linguistico, che ha le
sue radici in una volontà uniformizzatrice che non
tiene in alcun conto neppure l'atteggiamento lealistico della
popolazione che è oggetto di queste misure.
Intorno all'anno 1880 gli sloveni si erano ormai dotati di
basi sufficientemente solide per un'autonoma vita politica
ed economica in tutte le unità politico-amministrative
austriache nelle quali essi vivevano. Anche nel Litorale austriaco
il movimento politico degli sloveni del Goriziano, del Triestino
e dell'Istria costituì parte integrante del movimento
politico degli sloveni nel loro complesso. Viene così
a diminuire, per poi cessare quasi completamente nei decenni
successivi, l'assimilazione della popolazione slovena (e anche
croata) trasferitasi nei centri cittadini e in particolare
a Trieste.
La più viva coscienza politica e nazionale e la maggiore
solidità economica sono alla base di questo fenomeno
che allarma le élites italiane, dà vita a una
politica spesso angusta di difesa nazionale, che contrassegnerà
la storia della regione sino al 1915, e contribuisce a rendere
più teso il rapporto tra i due gruppi nazionali, anche
a causa delle contrastanti aspirazioni slovene e italiane
a una diversa delimitazione dei rispettivi territori nazionali.
In tutte e tre le componenti territoriali del Litorale austriaco
(Trieste, Contea di Gorizia e di Gradisca, Istria) sloveni
e italiani convivevano gli uni accanto agli altri. Nel Goriziano
la delimitazione nazionale appariva più netta, con
una separazione longitudinale Occidente-Oriente, etnicamente
mista era solo la città di Gorizia, dove il numero
degli sloveni era però crescente, tanto da far ritenere
ad autori politici sloveni alla vigilia del 1915 che il raggiungimento
di una maggioranza slovena nella città isontina fosse
ormai imminente. Trieste era a maggioranza italiana, ma il
suo circondario era sloveno.
Anche in questo caso la popolazione slovena appariva in ascesa.
In Istria gli sloveni erano presenti nelle zone settentrionali,
per la precisione nel circondario delle cittadine costiere
a prevalenza italiana. In tutta l'Istria il movimento politico-nazionale
degli sloveni si saldava con quello croato, rendendo talora
difficile una trattazione distinta delle due componenti della
realtà slavo-meridionale della penisola.
Il carattere peculiare degli insediamenti italiano e sloveno
nel Litorale è rappresentato dalla fisionomia prevalentemente
urbana di quello italiano ed eminentemente rurale di quello
sloveno. Questa distinzione non va però assolutizzata,
non devono essere dimenticati gli insediamenti rurali italiani
in Istria e in quella parte del Goriziano detta allora Friuli
Orientale e quelli urbani sloveni - oltre a tutto in espansione,
come si è già detto - a Trieste e a Gorizia.
Ma anche se una separazione troppo marcata tra realtà
urbana e rurale va evitata, il rapporto città-campagna
rappresenta effettivamente un momento fondamentale della lotta
politica nel Litorale, determinando anche un intersecarsi
di motivi nazionali e sociali nel contrasto italo-sloveno,
che ne renderà più difficile una composizione.
Il nodo del rapporto tra città e campagna sta anche
alla base di un dibattito politico e storiografico tuttora
in corso sull'autentica fisionomia nazionale della regione
Giulia.
Da parte slovena si afferma l'appartenenza delle città
alla campagna, sia perché nelle aree rurali si sarebbe
conservata intatta, non alterata dal sovrapporsi di processi
culturali e sociali, l'identità originale di un territorio,
sia perché il volto nazionale delle città sarebbe
la conseguenza di processi di assimilazione che hanno impoverito
la nazione slovena. La perdita dell'identità nazionale
attraverso l'assimilazione è quindi vissuta dagli sloveni,
ancora decenni dopo, come un'esperienza dolorosa e drammatica,
che non deve ripetersi. Da parte italiana si replica con il
richiamo al principio dell'appartenenza nazionale come frutto
di una scelta culturale e morale liberamente compiuta e non
di un'origine etnico-linguistica.
Tornando al nesso città-campagna, secondo l'interpretazione
italiana è invece la tradizione culturale e civile
delle città che dà la propria impronta alla
fisionomia e al volto di un territorio. Da questa differenza
di impostazione deriveranno anche i successivi contrasti sul
concetto di confine etnico e sul significato degli stessi
dati statistici sulla nazionalità delle popolazioni
in aree di frontiera, alterati - a parere degli sloveni -
dall'esistenza di polmoni urbani prevalentemente italiani.
Benché la questione nazionale all'interno della monarchia
asburgica presenti alcuni denominatori comuni, le condizioni
conflittuali nelle singole zone e quindi anche nel Litorale
presentano peculiarità specifiche. La rapida crescita
del movimento politico ed economico sloveno e l'espansione
demografica degli sloveni nelle città sono ricondotte
da parte italiana anche all'azione dell'autorità governativa
che avrebbe attuato una politica di sostegno all'elemento
sloveno (ritenuto indubbiamente più leale di quello
italiano, come risulta da dichiarazioni esplicite di autorità
austriache), per contrastare l'autonomismo e il nazionalismo
italiano.
L'attribuzione di una fisionomia esclusivamente artificiale
all'espansione slovena non tiene però conto di quella
che è la naturale forza di attrazione esercitata da
centri urbani verso le aree rurali e nel caso specifico a
quella esercitata da una grande città in crescita dinamica
come Trieste verso il suo circondario. Questo rapporto risponde
a leggi economiche, come hanno sottolineato Angelo Vivante
e Scipio Slataper, e non solo a un disegno politico.
Anche alla Chiesa cattolica, come all'autorità governativa,
gli ambienti nazionali e liberali italiani rimproverano frequentemente
di svolgere una funzione filo-slovena, affermazione questa
suffragata dall'attiva partecipazione di sacerdoti al movimento
politico sloveno.
Su un piano politico-amministrativo l'asprezza della questione
nazionale impedisce o rende incompleto l'adeguamento delle
istituzioni e dei rapporti linguistici ai principi costituzionali
e alle idee liberali. Le modifiche alle leggi elettorali locali
si mantengono nell'ambito del sistema censitario: in tal modo
la composizione dei consigli dietali e comunali non rispecchia
le reali proporzioni numeriche esistenti tra i gruppi nazionali
(ad esempio nella Dieta provinciale di Gorizia esisteva una
maggioranza italiana, anche se gli sloveni costituivano i
2/3 della popolazione di quel territorio). L'evoluzione delle
disposizioni in materia linguistica e lo sviluppo delle strutture
scolastiche slovene e croate sono frenati dagli organi politici
a maggioranza italiana, che impediscono una piena parificazione
tra le lingue parlate nel Litorale, due nella Contea di Gorizia
e a Trieste e tre in Istria.
Nei decenni che precedettero la prima guerra mondiale gli
sloveni e gli italiani non strinsero legami politici. Costituisce
un'eccezione la Dieta goriziana, nella quale si verificarono
inconsuete alleanze tra i cattolici sloveni e i liberali sloveni
e i cattolici italiani a stringere intese contingenti.
I cattolici italiani del Goriziano avevano il proprio punto
di forza specie nella campagna friulana, dove agiva il partito
popolare friulano, i cui dirigenti furono più tardi
tacciati di austriacantismo. Il tentativo di dare vita ad
associazioni cattoliche slovene-italiane, fallì, né
suscitò più tardi legami tra i due popoli il
movimento cristiano-sociale. Appare dunque evidente come le
ragioni dell'appartenenza nazionale facessero premio su quelle
ideologiche.
Questa tendenza è ancora più chiara in Istria,
dove il partito popolare italiano è più vicino
a posizioni nazionali e dove la vita politica è imperniata
su una contrapposizione tra un blocco italiano, che tenta
di mantenere in vita la prevalenza italiana nelle istituzioni
politiche e nel sistema scolastico, e un blocco croato-sloveno,
che cerca invece di modificare l'equilibrio esistente. In
campo liberale e popolare-cattolico i due gruppi nazionali
sono rappresentati in tutto il Litorale da parte di partiti
"nazionali" distinti e contrapposti.
Si instaurarono invece legami più solidi nell'ambito
del movimento socialista improntato all'internazionalismo
benché nel Litorale austriaco esso si fosse dato un'organizzazione
articolata in base a criteri nazionali. Fu proprio l'affermazione
di questo principio a contenere l'assimilazione dei lavoratori
sloveni, ma vi furono palesi attriti fra i socialisti delle
due nazionalità e divergenze di vedute spesso aspre
si manifestarono anche successivamente, verso la fine della
prima guerra mondiale, nel corso delle discussioni sulla appartenenza
statale di Trieste e sulla sua identità nazionale.
Un progetto croato, che contemplava una comune resistenza
a un'asserita germanizzazione della monarchia asburgica, avrebbe
potuto dare vita ad un "patto adriatico" tra le
nazioni gravitanti sul Litorale, ma esso avrebbe, secondo
gli sloveni, attribuito agli italiani aree di influenza così
estese da danneggiare gli interessi sloveni.
Il mancato sviluppo di un dialogo e di una cooperazione italo-sloveni
incide profondamente sull'atmosfera di Trieste e, sia pure
in misura minore, anche di Gorizia e dell'Istria alla vigilia
del 1915. Italiani e sloveni guardano prevalentemente alla
loro identità nazionale e si rivelano scarsamente capaci
di sviluppare un senso di appartenenza comune alla terra nella
quale entrambi i gruppi nazionali sono radicati. Gli sloveni
perseguono l'idea di una Trieste capace di alimentare l'attuazione
dei loro programmi economici e sottolineano il ruolo centrale
per il loro sviluppo di questa città, la cui popolazione
slovena sebbene minoritaria era superiore a quella della stessa
Lubiana, in ragione della diversa consistenza demografica
delle due città.
La loro espansione demografica li portava a ritenere imminente
il momento della conquista della maggioranza della popolazione
a Gorizia e inevitabile, sia pure in tempi più lunghi,
un risultato analogo a Trieste. La maggioranza della popolazione
italiana si raccoglie così intorno a una politica di
intransigente difesa nazionale, tesa a salvaguardare un'immutabile
fisionomia italiana della città. Se gli sloveni guardano
a un retroterra vicino, gli italiani si rivolgono al più
lontano retroterra dei territori interni della monarchia e
anche al Regno d'Italia.
In campo italiano Ruggero Timeus sviluppa anche un nazionalismo
radicale minoritario che è fondato sull'idea di una
missione civilizzatrice in senso culturale e nazionale della
città e sull'imperativo di un'espansione economica
dell'italianità nell'Adriatico. La forza politica più
rappresentativa degli italiani di Trieste è però
il partito liberale-nazionale, nel quale sopravvive una minoranza
legata all'ispirazione mazziniana mentre la maggioranza vede
il compito immediato dell'irredentismo nella difesa dell'identità
italiana della città e delle sue istituzioni.
In questo clima teso e infuocato vennero alla luce anche
idee di personalità del mondo della cultura che si
innestarono sul solco segnato dagli autori della rivista "La
Favilla" nella fervida atmosfera del 1848. Si trattò
del gruppo che si raccolse intorno alla rivista fiorentina
"La Voce", resasi promotrice di iniziative rivolte
alla convivenza tra i popoli nonché alla conoscenza
e al riconoscimento della realtà plurietnica di Trieste
e del suo circondario. A questa rivista collaborarono alcuni
giovani triestini, tra i quali Slataper e i fratelli Carlo
e Giani Stuparich.
In opposizione all'irredentismo politico essi definiscono
la loro posizione con il termine di irredentismo culturale
e intendono sviluppare la cultura italiana nel confronto e
nel dialogo con quelle slavo-meridionali e tedesca. Trieste
assume quindi per loro la funzione di luogo di incontro tra
popoli e civiltà diversi; la loro concezione politica
sino al 1914 è quindi molto simile a quella del socialismo
triestino. Del resto proprio nelle edizioni de "La Voce"
viene pubblicato il più maturo risultato del pensiero
socialista, e cioè il volume di Vivante sull'irredentismo
adriatico. Dal versante sloveno non si ebbero riscontri incoraggianti
né si registrarono reazioni a questo libro.
Gli sloveni apparivano ancora impegnati nella ricerca di
una propria identità e incapaci di incamminarsi alla
scoperta di altre identità. Rari furono coloro i quali
riuscirono a ergersi al di sopra delle barriere nazionalistiche,
si vedano ad esempio alcuni giudizi della fondazione dell'università
a Trieste. Le tensioni erano troppo acute e agli sloveni pareva
preferibile e più a portata di mano una soluzione slavo-meridionale
della crisi che attanagliava la monarchia austriaca alla vigilia
dello scoppio del primo conflitto mondiale. Con la prima guerra
mondiale il programma dell'irredentismo diventa parte integrante
della politica italiana, sia pure nella convinzione - che
durerò almeno sino alla primavera del 1918 - che l'Austria-Ungheria,
anche se profondamente ridimensionata sotto il profilo territoriale,
sarebbe sopravvissuta al conflitto.
Prima ancora dell'entrata in guerra dell'Italia il diplomatico
italiano Carlo Galli nel corso di una missione a Trieste incontrò,
per incarico del suo governo, esponenti sloveni. Per la dirigenza
slovena si trattò dei primi contatti ufficiali con
uno stato straniero. Già con il patto di Londra però
il governo italiano adottò un programma di espansione,
nel quale accanto alle motivazioni nazionali erano presenti
ragioni geografiche e strategiche. Il già diffuso lealismo
sloveno nei confronti dello stato austriaco trasse ulteriore
alimento dalle prime voci sugli aspetti imperialistici del
patto di Londra e sulle soluzioni in esso adottate in merito
al confine orientale del Regno d'Italia nonché dall'atteggiamento
delle autorità militari italiane nelle prime zone occupate.
Un parziale revirement italiano si determinò dopo
la sconfitta di Caporetto, dando luogo a una politica di dialogo
con le nazionalità soggette d'Austria-Ungheria che
culminò nel congresso di Roma dell'aprile 1918 e in
un'intesa con il comitato jugoslavo. Mentre il persistere
del lealismo asburgico sembra ormai contraddittorio di fronte
ai processi di disgregazione interna che scuotono lo stato
austro-ungarico, tra gli sloveni si diffondono l'idea del
diritto all'autodeterminazione e quella della solidarietà
jugoslava. Nella fase finale della guerra e all'inizio del
dopoguerra si palesa con tutta evidenza il contrasto tra una
tesi slovena e jugoslava, tendente a un confine "etnico",
che affonda le sue radici nella concezione dell'appartenenza
della città alla campagna e che sostanzialmente coincide
con il confine italo-austriaco del 1866, e una tesi italiana,
mirante a un confine geografico e strategico, determinata
dal prevalere nella penisola delle correnti più radicali
e dalla necessità politico-psicologica di garantire
una frontiera sicura alle città e alla costa istriane,
prevalentemente italiane, e di offrire all'opinione pubblica
segni tangibili di ingrandimenti territoriali, che compensassero
gli enormi sacrifici richiesti al paese durante la guerra.
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