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Documento
ufficiale della Commissione Storica Italo-Slovena ( 2
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I
rapporti italo-sloveni / Periodo 1918-1941

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L'Italia, vittoriosa nella prima guerra mondiale, concluse
così il proprio processo di unificazione nazionale,
inglobando nel contempo, oltre agli sloveni residenti nelle
città e nei centri minori a maggioranza italiana, anche
distretti interamente sloveni, situati anche al di fuori del
vecchio Litorale austriaco ed estranei allo stesso concetto
di Venezia Giulia italiana, come era stato elaborato negli
ultimi decenni. Ciò suscitò reazioni opposte
fra le diverse componenti nazionali residenti nei territori
dapprima occupati e poi annessi: gli italiani infatti accolsero
con entusiasmo la nuova situazione, mentre per gli sloveni,
che si erano impegnati per l'unità nazionale e si erano
già alla fine della guerra dichiarati a favore del
nascente stato jugoslavo, l'inglobamento nello stato italiano
comportò un grave trauma.
Il nuovo assetto del confine, il cui tracciato era stato
fissato sin dal patto di Londra del 1915 e che seguiva la
linea displuviale tra il mar Nero e l'Adriatico, strappò
dal ceppo nazionale, un quarto del popolo sloveno (327.230
unità secondo il censimento austriaco del 1910, 271.305
secondo il censimento italiano del 1921, 290.000 secondo le
stime di Carlo Schiffrer), ma la crescita del numero degli
sloveni presenti in Italia non influì sulla situazione
di quelli della Slavia veneta (circa 34 mila unità
secondo il censimento del 1921) già presenti nel territorio
del Regno, ritenuti ormai assimilati e ai quali non venne
pertanto riconosciuto alcun diritto nazionale.
L'amministrazione italiana, dapprima militare e poi civile,
mostrò una notevole impreparazione ad affrontare i
delicati problemi nazionali e politici dei territori occupati,
dove si riscontravano consistenti insediamenti - in ampie
zone maggioritari - di popolazioni non italiane che aspiravano
all'unione con la propria "madrepatria" (nel caso
degli sloveni e dei croati della Venezia Giulia, il Regno
dei Serbi, dei Croati e degli Sloveni) e che avevano compiuto
per lo più la loro acculturazione politica nell'ambito
dello stato plurinazionale asburgico.
Tale impreparazione, unita al retaggio della guerra appena
conclusa - in cui gli slavi erano stati considerati come nemici,
strumenti privilegiati dell'oppressione austriaca - provocò
da parte delle autorità italiane comportamenti fortemente
contraddittori. Da un lato, nel periodo 1918-20, quando il
confine italo-jugoslavo non era ancora definito, le autorità
di occupazione, influenzate pure dagli elementi nazionalisti
locali, usarono volentieri la mano pesante nei confronti degli
sloveni che intendevano manifestare la propria volontà
di annessione alla Jugoslavia.
Furono così assunti numerosi provvedimenti restrittivi
- sospensione di amministrazioni locali, scioglimento di consigli
nazionali, limitazioni della libertà di associazione,
condanne dei tribunali militari, detenzione di militari ex
austriaci, internamento ed espulsione, specie di intellettuali
- che penalizzarono la ripresa della vita culturale e politica
della componente slovena. Al tempo stesso le autorità
di occupazione favorirono le manifestazioni di italianità
anche per fornire alle trattative per la definizione del nuovo
confine un quadro politicamente italiano delle regioni.
D'altra parte, i governi liberali italiani, pur all'interno
di un disegno generale di nazionalizzazione dei territori
annessi, furono generosi di promesse nei confronti della minoranza
slovena e consentirono il rinnovo delle sue rappresentanze
nazionali, il riavvio dell'istruzione scolastica in lingua
slovena e la ripresa di attività delle organizzazioni
indispensabili per lo sviluppo del gruppo nazionale sloveno.
Anche il progetto - sostenuto da esponenti politici giuliani
e trentini, e che i governi prefascisti presero in seria considerazione
- di conservare ai territori annessi forme di autonomia non
lontane da quelle già godute in epoca asburgica, avrebbe
favorito un migliore rapporto fra le componenti minoritarie
e lo stato. Inoltre, il Parlamento italiano formulò
voti in favore di una politica di tutela della minoranza slava.
L'irremovibilità delle delegazioni italiane e jugoslava
alla conferenza di Parigi sul problema della definizione del
nuovo confine ritardò la stabilizzazione politica dei
territori sottoposti al regime di occupazione, acuendo i contrasti
nazionali. Il formarsi del mito della "vittoria mutilata"
e l'impresa dannunziana di Fiume, pur non riguardando direttamente
l'area abitata da sloveni, accesero ulteriormente gli animi
e costituirono il terreno ideale per l'affermarsi precoce
del "fascismo di frontiera", che si erse a tutore
degli interessi italiani sul confine orientale e coagulò
gran parte delle locali forze nazionaliste italiane attorno
all'asse dell'antislavismo combinato con l'antibolscevismo.
Il movimento socialista vedeva infatti una larga adesione
degli sloveni - fiduciosi nei suoi principi di giustizia sociale
e di eguaglianza nazionale - che contribuirono a far prevalere
al suo interno le componenti rivoluzionarie: anche da ciò
in seguito derivò la coniazione da parte fascista del
neologismo "slavocomunista" che alimentò
ulteriormente l'estremismo nazionalista. Nel luglio del 1920,
l'incendio del Narodni Dom, la sede delle organizzazioni slovene,
di Trieste - che trasse pretesto dagli incidenti verificatisi
a Spalato e che provocarono vittime sia italiane sia jugoslave
- non fu così che il primo, clamoroso atto di una lunga
sequela di violenze: nella Venezia Giulia come altrove in
Italia la crisi dello stato liberale offrì infatti
campo libero all'aggressività fascista, che si giovò
di aperte collusioni con l'apparato dello stato, qui ancor
più forti che altrove, come conseguenza della diffusa
ostilità antislava.
Le "nuove province" d'Italia nascevano così
con pesanti contraddizioni tra principio di nazionalità,
ragion di stato e politica di potenza, che minavano alla base
la possibilità della civile convivenza tra gruppi nazionali
diversi.
Il trattato di Rapallo, sottoscritto nel novembre del 1920
tra il regno d'Italia e quello dei Serbi, Croati e Sloveni,
accolse in pieno le esigenze italiane e amputò un quarto
abbondante dell'area considerata dagli sloveni come proprio
"territorio etnico". Tale esito era dovuto alla
favorevole posizione negoziale dell'Italia che usciva dalla
Grande Guerra come vincitrice e riconfermata nel suo status
di "grande potenza". Il trattato, che non vincolò
l'Italia al rispetto delle minoranze slovena e croata, garantiva
invece la tutela della minoranza italiana in Dalmazia: ciò
nonostante si verificò un trasferimento di alcune migliaia
di italiani da questa regione al Regno d'Italia.
Clausole riguardanti la tutela delle minoranze nella Venezia
Giulia non vennero incluse nemmeno nei successivi trattati
del 1924 e del 1937 stipulati per avviare da parte jugoslava
buoni rapporti con la potente vicina. Nelle intenzioni dei
suoi negoziatori, italiani e jugoslavi, il trattato di Rapallo
avrebbe dovuto porre le premesse per una reciproca amicizia
e collaborazione fra i due stati. Così invece non fu
e ben presto la politica estera del fascismo si incamminò
lungo la via dell'egemonia adriatica e del revisionismo, assumendo
crescenti connotati anti-jugoslavi; tale orientamento fu sostenuto
anche da gruppi capitalistici, non solo triestini, interessati
a espandersi nei Balcani e nel bacino danubiano e trovò
non pochi consensi nella popolazione italiana della Venezia
Giulia. Presero corpo anche progetti di distruzione della
compagine jugoslava, solo momentaneamente accantonati con
gli accordi Ciano-Stojadinovic del 1937, che sembrarono per
breve tempo preludere all'ingresso della Jugoslavia nell'orbita
italiana. Lo scoppio della guerra mondiale avrebbe trasformato
tali progetti in un preciso disegno di aggressione.
Nonostante la difficile situazione esistente nella Venezia
Giulia, la politica degli esponenti sloveni e croati - tra
cui i loro rappresentanti al parlamento - fu improntata al
lealismo nei confronti dello stato italiano, anche dopo l'avvento
del fascismo; tra l'altro, essi non aderirono all'opposizione
legale quando nel 1924 essa si ritirò sull'Aventino
in segno di protesta contro il delitto Matteotti. Malgrado
ciò, la loro battaglia parlamentare per la tutela dei
diritti nazionali degli sloveni e dei croati, condotta in
comune con i deputati della minoranza tedesca dell'Alto Adige,
non diede alcun risultato, anzi, il regime fascista si impegnò
a fondo, anche per via legislativa, nella snazionalizzazione
di tutte le minoranze nazionali.
Così nella Venezia Giulia vennero progressivamente
eliminate tutte le istituzioni nazionali slovene e croate
rinnovate dopo la prima guerra mondiale. Le scuole furono
tutte italianizzate, gli insegnanti in gran parte pensionati,
trasferiti all'interno del regno, licenziati o costretti a
emigrare, posti limiti all'accesso degli sloveni al pubblico
impiego, soppresse centinaia di associazioni culturali, sportive,
giovanili, sociali, professionali, decine di cooperative economiche
e istituzioni finanziarie, case popolari, biblioteche, ecc.
Partiti politici e stampa periodica vennero posti fuori legge,
eliminata fu la possibilità di qualsiasi rappresentanza
delle minoranze nazionali, proibito l'uso pubblico della lingua.
Le minoranze slovena e croata cessarono così di esistere
come forza politica e i loro rappresentanti fuoriusciti continuarono
a operare tramite il Congresso delle nazionalità europee,
sotto la presidenza di Josip Vilfan, cooperando così
all'impostazione di una politica generale per la soluzione
delle problematiche minoritarie.
L'impeto snazionalizzatore del fascismo andò però
anche oltre la persecuzione politica, nell'intento di arrivare
alla "bonifica etnica" della Venezia Giulia. Così,
l'italianizzazione dei toponimi sloveni o l'uso esclusivo
della loro forma italiana, dei cognomi e dei nomi personali
si accompagnò alla promozione dell'emigrazione, all'impiego
di elementi sloveni nell'interno del paese e nelle colonie,
all'avvio di progetti di colonizzazione agricola interna da
parte di elementi italiani, ai provvedimenti economici mirati
a semplificare drasticamente la struttura della società
slovena, eliminandone gli strati superiori in modo da renderla
conforme allo stereotipo dello slavo incolto e campagnolo,
ritenuto facilmente assimilabile dalla "superiore"
civiltà italiana.
A tali disegni di più ampio respiro si accompagnò
una politica repressiva assai brutale. Vero è che nella
medesima epoca la maggior parte degli stati europei mostrava
scarso rispetto per i diritti delle minoranze etniche presenti
sul loro territorio, quando addirittura non cercava in vari
modi di conculcarli, ma ciò non toglie che la politica
di "bonifica etnica" avviata dal fascismo sia risultata
particolarmente pesante, anche perché l'intolleranza
nazionale, talora venata di vero e proprio razzismo, si accompagnava
alle misure totalitarie del regime.
L'azione snazionalizzatrice fascista si diresse anche contro
la Chiesa cattolica, dal momento che fra gli sloveni - dispersi
e in esilio quadri dirigenti e intellettuali - fu il clero
ad assumere il ruolo di punto di riferimento per la coscienza
nazionale, in continuità con la funzione già
svolta in epoca asburgica. I provvedimenti repressivi colpirono
direttamente il basso clero, oggetto di aggressioni e provvedimenti
di polizia, ma forti pressioni vennero condotte anche verso
la gerarchia ecclesiastica di Trieste e Gorizia, in cui l'alto
clero si era nei decenni precedenti guadagnato da parte dei
nazionalisti italiani una solida fama di austriacantismo e
filo-slavismo.
Tappe fondamentali dell'addomesticamento della Chiesa di
confine - il cui esito va inserito nell'ambito dei nuovi rapporti
fra Stato e Chiesa avviati dal fascismo - furono la rimozione
dell'arcivescovo di Gorizia Francesco Borgia Sedej e del vescovo
di Trieste Luigi Fogar. I loro successori applicarono le direttive
"romanizzatrici" del Vaticano, in conformità
a quanto avveniva anche nelle altre regioni italiane ove esistevano
comunità "alloglotte", come pure nelle realtà
europee caratterizzate dalla presenza di fenomeni simili:
tali direttive infatti miravano a offrire il minimo di occasioni
di ingerenza in materia ecclesiastica ai governi, totalitari
e non, e a compattare i fedeli attorno a Roma, in difesa dei
principi cattolici che la Santa Sede riteneva minacciati dalla
civiltà moderna. Questi provvedimenti comportavano
in via di principio l'abolizione dell'uso della lingua slovena
nella liturgia e nella catechesi; essa tuttavia fu mantenuta
in forma clandestina soprattutto in ambito rurale, a opera
dei sacerdoti organizzati nella corrente cristiano sociale.
Tale situazione provocò gravi tensioni tra i fedeli
e i sacerdoti slavi da un lato, e i nuovi vescovi dall'altro,
e le difficoltà furono acuite dal diverso modo d'intendere
il ruolo del clero, cui gli sloveni attribuivano una funzione
prioritaria nella difesa dell'identità nazionale, che
appariva invece agli ordinari diocesani italiani frutto di
una deformazione nazionalista. Gli sloveni e i croati si formarono
così la convinzione che la gerarchia ecclesiastica
stesse di fatto collaborando con il regime a un'opera di italianizzazione
che investiva ogni campo della vita sociale.
Gli anni Venti e Trenta furono per i territori annessi un
periodo di crisi economica, solo tardivamente interrotta dalla
politica autarchica: alle difficoltà generali segnate
dalle economie europee fra le due guerre si sommarono infatti
gli effetti negativi della ristrutturazione e frantumazione
dell'area danubiano-balcanica, vitale per le fortune economiche
delle terre giuliane. I provvedimenti compensativi assunti
dallo stato italiano non riuscirono a invertire la tendenza
negativa del periodo, dal momento che le sue cause profonde
- vale a dire, la rottura dei legami con il retroterra - sfuggivano
alla capacità di intervento sia delle forze locali
sia della stessa Italia. Ciò dimostrò l'assurdità
delle teorie imperialiste, predilette dai nazionalisti italiani,
che speravano di fare di Trieste e della Venezia Giulia la
base per la penetrazione italiana nell'Europa centro-orientale
e balcanica, ma procurò anche blocco delle prospettive
di sviluppo e, spesso, riduzione del tenore di vita, specie
negli strati inferiori della società, nei quali più
numerosi erano gli sloveni.
Difficoltà economiche e pesantezza del clima politico
favorirono fra le due guerre un robusto flusso migratorio
della Venezia Giulia: le fonti non ci consentono di quantificare
con precisione l'apporto sloveno a tale fenomeno, che coinvolse
anche elementi italiani, ma certo esso fu cospicuo, nell'ordine
presumibile delle decine di migliaia di unità. Secondo
stime jugoslave emigrarono complessivamente 105.000 sloveni
e croati; e se nei casi di emigrazione transoceanica è
più difficile tracciare un confine fra motivazioni
economiche e politiche, nel caso degli espatri in Jugoslavia,
che coinvolsero soprattutto giovani e intellettuali, il collegamento
diretto con le persecuzioni politiche del fascismo è
ben evidente.
Ciò che infatti il fascismo cercò di realizzare
nella Venezia Giulia fu un vero e proprio programma di distruzione
integrale dell'identità nazionale slovena e croata.
I risultati ottenuti furono però alquanto modesti,
non per mancanza di volontà, ma per quella carenza
di risorse che, in questo come in altri campi, rendeva velleitarie
le aspirazioni totalitarie del regime. La politica snazionalizzatrice
riuscì infatti a decimare la popolazione slovena a
Trieste e Gorizia, a disperdere largamente gli intellettuali
e i ceti borghesi e a proletarizzare la popolazione rurale,
che però, nonostante tutto, rimase compattamente insediata
sulla propria terra.
Il risultato più duraturo raggiunto dalla politica
fascista fu però quello di consolidare, agli occhi
degli sloveni, l'equivalenza fra Italia e fascismo e di condurre
la maggior parte degli sloveni (vi furono infatti alcune frange
che aderirono al fascismo) al rifiuto di quasi tutto ciò
che appariva italiano. Analogo atteggiamento di ostilità
fu assunto anche dagli sloveni in Jugoslavia, anche se, alla
metà degli anni Trenta, l'ideologia corporativa del
fascismo attirò alcuni ambienti politici cattolici.
Un certo interesse per la letteratura italiana venne manifestato
da parte slovena specialmente sul piano della traduzione e
della promozione di opere di autori italiani, mentre assai
limitata fu l'attenzione degli italiani verso la letteratura
slovena, anche se vi furono alcune iniziative, specie nel
campo delle traduzioni. Naturalmente, a livello di rapporti
personali e di vicinato, come pure in campo culturale e artistico,
continuarono a sussistere ambiti in cui la convivenza e la
collaborazione erano normali, e ciò avrebbe mantenuto
preziosi germi che l'antifascismo e l'aspirazione alla democrazia
avrebbero sviluppato, ma in linea generale il solco fra i
due gruppi nazionali si approfondì e nei territori
giuliani si svilupparono varie forme di resistenza contro
l'oppressione fascista.
In particolare la gioventù slovena di orientamento
nazionalista, raccolta nell'organizzazione Tigr, collegata
anche ai servizi jugoslavi e dalla vigilia della guerra anche
a quelli britannici, decise di reagire alla violenza con la
violenza sviluppando azioni dimostrative e atti di terrorismo
che provocarono repressioni durissime. Di fronte alla durezza
della repressione fascista, le organizzazioni clandestine
slovene assieme a quella dei fuoriusciti in Jugoslavia, decisero,
verso la metà degli anni Trenta, di abbandonare le
rivendicazioni di autonomia culturale nell'ambito dello stato
italiano per porsi invece come obiettivo il distacco dall'Italia
dei territori considerati etnicamente sloveni e croati. Come
risposta a tale attività di resistenza, il Tribunale
speciale per la difesa dello stato comminò molte condanne
a pene detentive e 14 condanne capitali, 10 delle quali eseguite.
Da parte sua, il partito comunista d'Italia maturò
lentamente il riconoscimento come alleato del movimento irredentista
sloveno, a lungo considerato un fenomeno borghese: la svolta
si ebbe solo negli anni Trenta, sotto l'influenza dell'Internazionale,
che per dare impulso alla lotta contro nazismo e fascismo
prevedeva il collegamento con le forze nazional-rivoluzionarie
per la costituzione dei fronti popolari. Fin dal 1926 il PCd'I
riconobbe agli sloveni e ai croati residenti entro i confini
d'Italia il diritto all'autodeterminazione e alla separazione
dallo stato italiano, fermo restando che il criterio dell'autodecisione
doveva valere anche per gli italiani.
Nel 1934 poi il PCd'I sottoscrisse assieme ai partiti comunisti
della Jugoslavia e dell'Austria un'apposita dichiarazione
sulla soluzione della questione nazionale slovena, impegnandosi
altresì in favore dell'unificazione del popolo sloveno
entro uno stato proprio. L'interpretazione da dare a tali
risoluzioni sarebbe risultata particolarmente controversa
durante la seconda guerra mondiale, quando il movimento di
liberazione sloveno si trovò nella condizione di attuare
nella prassi il proprio programma irredentista. A ogni modo,
il patto d'azione stipulato nel 1936 fra il PCd'I e il movimento
rivoluzionario nazionale degli sloveni e dei croati avviò
la formazione di un ampio fronte antifascista, mentre nella
Venezia Giulia debole rimase la consistenza dell'antifascismo
italiano d'impronta liberale e risorgimentale.
Va comunque ricordata la collaborazione che si sviluppò
alla fine degli anni Venti fra il movimento nazionale sloveno
clandestino e le forze antifasciste democratiche italiane
in esilio (e specialmente con il movimento Giustizia e Libertà),
nel cui ambito la parte slovena si impegnò ad alimentare
l'attività antifascista in tutta Italia, mentre da
parte italiana agli sloveni e ai croati venne riconosciuto
il diritto all'autonomia e, in alcuni casi, alla revisione
dei confini. Tale collaborazione si interruppe quando tra
gli sloveni prevalse la linea secessionista.
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