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Documento
ufficiale della Commissione Storica Italo-Slovena ( 3
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I
rapporti italo-sloveni / Periodo 1941-1945

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Dopo l'attacco tedesco contro l'Urss la guerra in Europa,
specie in quella orientale, divenne totale e diretta alla
completa eliminazione degli avversari. Il diritto internazionale
ed anche le più elementari norme etiche vennero in
quegli anni violate dai contendenti con impressionante frequenza
ed anche le terre a nord dell'Adriatico vennero coinvolte
in questa spirale di violenza.
La seconda guerra mondiale scatenata dalle forze dell'Asse
introdusse nei rapporti sloveno-italiani dimensioni nuove
che condizionarono il futuro di tali rapporti. Se infatti
per un verso l'attacco contro la Jugoslavia del 1941 e la
successiva occupazione del territorio sloveno acuirono al
massimo la tensione fra i due popoli, nel suo insieme il tempo
di guerra vide una serie di svolte drammatiche nelle relazioni
fra italiani e sloveni. L'occupazione del 1941 rappresentò
così per lo Stato italiano il culmine della sua politica
di potenza, mentre gli sloveni toccarono con l'occupazione
e lo smembramento il fondo di un precipizio; la fine della
guerra rappresentò, per converso, per il popolo sloveno
una fase trionfale, mentre la maggior parte della popolazione
italiana della Venezia Giulia fu invece assalita nel 1945
dal timore del naufragio nazionale.
La distruzione del regno jugoslavo si accompagnò allo
smembramento non solo della compagine statale jugoslava, ma
anche della Slovenia in quanto realtà unitaria: la
divisione del paese tra Italia, Germania ed Ungheria pose
gli sloveni di fronte alla prospettiva dell'annientamento
della loro esistenza come nazione di un milione e mezzo di
abitanti e ciò li motivò alla resistenza contro
gli invasori.
L'aggressione dell'Italia contro la Jugoslavia segnò
il culmine della politica ventennale imperialista del fascismo,
rivolta anche verso i Balcani ed il bacino danubiano. In contrasto
con il diritto di guerra che non ammette l'annessione di territori
occupati nel corso di azioni belliche prima della stipula
di un trattato di pace, la Provincia di Lubiana fu annessa
al Regno d'Italia. Alla popolazione della Provincia di Lubiana,
di circa 350.000 abitanti, era stato garantito uno statuto
di autonomia etnica e culturale; tuttavia le autorità
di occupazione italiane manifestarono il fermo proposito di
integrare quanto prima la regione nel sistema fascista italiano,
subordinandone le istituzioni e le organizzazioni a quelle
omologhe italiane.
L'attrazione politica, culturale ed economica dell'Italia
avrebbe dovuto condurre gradualmente alla fascistizzazione
ed all'italianizzazione della popolazione locale. Sulle prime
l'aggressione fascista aveva previsto di poter soggiogare
gli sloveni grazie ad un'asserita superiorità della
civiltà italiana, perciò il regime d'occupazione
inizialmente instaurato dalle autorità italiane fu
piuttosto moderato.
A fonte di quello nazista, esso apparve perciò agli
occhi degli sloveni un male minore, ed ottenne per questo
alcune forme di collaborazione, anche se le stesse forze politiche
che vi accondiscesero non lo fecero necessariamente in virtù
di orientamenti filofascisti: gran parte degli sloveni confidava
infatti, dopo un periodo di iniziale incertezza, nella vittoria
delle armi alleate e vedeva il futuro del popolo sloveno a
fianco della coalizione delle forze antifasciste. Fra i gruppi
politici sloveni si manifestarono però due diverse
vedute di fondo sulla strategia da seguire. La prima, propugnata
dal Fronte di Liberazione (OF), sosteneva la necessità
di avviare immediatamente la resistenza contro l'occupatore:
vennero perciò formate le prime unità partigiane
che condussero azioni militari contro le forze occupatrici,
mentre ai piani italiani di avvicinamento culturale il movimento
di liberazione rispose con il "silenzio culturale".
Aderirono al Fronte di Liberazione appartenenti a tutti i
ceti della popolazione senza distinzione di credo politico
ed ideale. L'altra opzione, maturata in seno agli esponenti
delle forze liberal-conservatrici, suggeriva invece agli sloveni
di prepararsi clandestinamente e gradualmente alla liberazione
ed alla resa dei conti con l'occupatore alla fine della guerra.
Certamente, tanto il Fronte di Liberazione che lo schieramento
opposto, facente capo al governo monarchico jugoslavo in esilio
a Londra, convergevano sull'obiettivo della Slovenia Unita,
comprendente tutti i territori considerati sloveni nel quadro
di una Jugoslavia federativa.
Al crescente successo delle azioni partigiane ed al radicalizzarsi
della contrapposizione fra la popolazione e gli occupatori
Mussolini rispose trasferendo i poteri dalle autorità
civili a quelle militari, che adottarono drastiche misure
repressive. Il regime d'occupazione fece leva sulla violenza
che si manifestò con ogni genere di proibizioni, con
le misure di confino, con le deportazioni e l'internamento
nei numerosi campi istituiti in Italia (fra i quali vanno
ricordati quelli di Arbe, Gonars e Renicci), con i processi
dinanzi alle corti militari, con il sequestro e la distruzione
di beni, con l'incendio di case e villaggi.
Migliaia furono i morti, fra caduti in combattimento, condannati
a morte, ostaggi fucilati e civili uccisi. I deportati furono
approssimativamente 30 mila, per lo più civili, donne
e bambini, e molti morirono di stenti. Furono concepiti pure
disegni di deportazione in massa degli sloveni residenti nella
provincia. La violenza raggiunse il suo apice nel corso dell'offensiva
italiana del 1942, durata quattro mesi, che si era prefissa
di ristabilire il controllo italiano su tutta la Provincia
di Lubiana.
Improntando la propria politica al motto "divide et
impera" le autorità italiane sostennero le forze
politiche slovene anticomuniste, specie d'ispirazione cattolica,
le quali, paventando la rivoluzione comunista, avevano in
quel momento individuato nel movimento partigiano il pericolo
maggiore, e si erano rese perciò disponibili alla collaborazione.
Esse avevano così creato delle formazioni di autodifesa
che i comandi italiani, pur diffidandone, organizzarono nella
Milizia volontaria anticomunista, impiegandole con successo
nella lotta antipartigiana.
La lotta di liberazione si estese ben presto dalla Provincia
di Lubiana alla popolazione slovena del Litorale che aveva
vissuto per un quarto di secolo entro il nesso statale italiano.
Ciò riaprì la questione dell'appartenenza statale
di buona parte di questo territorio e rese manifesti non solo
l'assoluta inefficacia della politica del regime fascista
nei confronti degli sloveni, bensì pure il fallimento
generale della politica italiana sul confine orientale. Contro
la popolazione slovena erano stati adottati provvedimenti
di carattere preventivo sin dall'inizio della guerra: l'internamento
ed il confino dei personaggi di punta, l'assegnazione dei
coscritti ai battaglioni speciali, l'evacuazione della popolazione
lungo il confine, le condanne alla pena capitale nel quadro
del secondo processo del tribunale speciale svoltosi a Trieste.
Fra gli sloveni della Venezia Giulia la lotta di liberazione
capeggiata dal partito comunista trovò un terreno particolarmente
fertile, perché aveva fatte proprie le loro tradizionali
istanze nazionali tese all'annessione alla Jugoslavia di tutti
i territori abitati da sloveni, anche di quelli in cui si
riscontrava una maggioranza italiana. Il Pcs si era così
assicurato l'assoluta egemonia sul movimento di massa e grazie
alla lotta armata anche l'opportunità di attuare sia
la liberazione nazionale che la rivoluzione sociale. Nell'opera
di repressione del movimento di liberazione le autorità
italiane ricorsero ai metodi repressivi già sperimentati
nella Provincia di Lubiana, ivi compresi gli incendi di villaggi
e la fucilazione di civili. A tal fine furono appositamente
creati l'Ispettorato speciale per la pubblica sicurezza e
due nuovi corpi d'armata dell'esercito italiano. Le operazioni
militari si estesero pertanto anche sul territorio dello stato
italiano.
Nei giorni successivi all'8 settembre 1943 le forze armate
ed elementi dell'amministrazione civile italiana poterono
lasciare i territori sloveni senza contrasto e giovandosi
anche dell'aiuto della popolazione locale. Le conseguenze
dell'armistizio comunque rappresentarono una svolta chiave
nei rapporti sloveno-italiani. La configurazione prevalente
da essi assunta sino ad allora, che vedeva gli italiani-occupatori
ovvero nazione dominante e gli sloveni-occupati ovvero popolo
oppresso, si fece più complessa. Sotto il profilo psicologico
ed anche in termini reali la bilancia s'inclinò a favore
degli sloveni.
L'adesione della popolazione slovena della Venezia Giulia
al movimento partigiano, le azioni delle formazioni militari
e degli organismi di potere resero testimonianza della volontà
di tale popolazione che questo territorio appartenesse alla
Slovenia Unita. Tale determinazione fu sancita nell'autunno
del 1943 dai vertici del movimento sloveno e fu successivamente
fatta propria anche a livello jugoslavo. Anche nella Venezia
Giulia gli sloveni intervennero così in veste di attore
politico; ne tennero conto entro un certo limite anche le
autorità tedesche che, prendendo atto dell'assetto
etnico e reale del territorio, cercarono di interporsi strumentalmente
come mediatrici fra italiani e slavi.
I tedeschi comunque, per mantenere il controllo del territorio
fecero ricorso all'esercizio estremo della violenza, per la
quale si servirono pure della collaborazione subordinata di
formazioni militari e di polizia italiane, ma anche slovene.
Essi inoltre utilizzarono gli apparati amministrativi italiani
ancora esistenti nei centri maggiori della regione, nonché
strutture di collaborazione istituite appositamente, e, nella
logica del "divide et impera", sempre strumentalmente
accolsero alcune richieste slovene nel campo dell'istruzione
e dell'uso della lingua, concedendo pure ad elementi sloveni
limitate responsabilità amministrative. La condivisione
degli obiettivi anticomunisti ed antipartigiani tra le diverse
forze collaborazioniste non poté però superare
le reciproche diffidenze d'ordine nazionale, e ciò
portò anche a scontri armati.
Più ampi furono i movimenti di opposizione all'occupazione
germanica tanto che i nazisti sentirono il bisogno di adibire
all'eliminazione su larga scala degli antifascisti, in primo
luogo sloveni e croati, ma anche italiani, una struttura specifica,
la risiera di San Sabba, utilizzata anche come centro di raccolta
per gli ebrei da deportare nei campi di sterminio. Particolarmente
vasta fu la partecipazione al movimento di liberazione da
parte della popolazione slovena, mentre quella italiana fu
frenata dal timore che il movimento partigiano venisse egemonizzato
dagli sloveni, le rivendicazioni nazionali dei quali non erano
accettate dalla maggioranza della popolazione italiana.
Influì anche negativamente l'eco degli eccidi di italiani
dell'autunno del 1943 (le cosiddette "foibe istriane")
nei territori istriani ove era attivo il movimento di liberazione
croato, eccidi perpetrati non solo per motivi etnici e sociali,
ma anche per colpire in primo luogo la locale classe dirigente,
e che spinsero gran parte degli italiani della regione a temere
per la loro sopravvivenza nazionale e per la loro stessa incolumità.
Nel corso della seconda guerra mondiale i rapporti sloveno-italiani
giunsero al culmine della loro conflittualità; tuttavia
vennero contestualmente sviluppandosi anche forme di collaborazione
su basi antifasciste, in prosecuzione di una pluridecennale
unità maturata nel movimento operaio. Tale collaborazione
assurse al massimo rilievo nei rapporti fra i due partiti
comunisti, tra le formazioni partigiane slovene ed italiane,
nei comitati di unità operaia e, fin ad un certo momento,
anche fra l'OF e il CLN. Sotto il profilo generale, la collaborazione
fra i movimenti di liberazione sloveno ed italiano fu stretta
ed ebbe notevoli sviluppi.
Nonostante le nuove forme di collaborazione fra i due popoli,
i due movimenti di liberazione si distinguevano sensibilmente
per genesi, strutturazione, consistenza ed influenza e non
superarono la diversità di obiettivi e di tradizioni
politiche. Emersero divergenze fra le dirigenze dei due partiti
comunisti come pure fra il CLN giuliano ed i vertici dell'OF,
nonostante avessero stipulato alcuni importanti accordi. Nella
Venezia Giulia la resistenza si rivelò un fenomeno
plurinazionale piuttosto che internazionale, dal momento che
entrambi i movimenti di liberazione, pur rifacendosi ai valori
dell'internazionalismo, risultarono fortemente condizionati
dell'esigenza di difendere i rispettivi interessi nazionali.
Il movimento di liberazione sloveno reputò di importanza
centrale l'annessione alla Jugoslavia di tutti i territori
in cui vi fossero insediamenti storici sloveni, ma ciò
non ebbe esclusivamente implicazioni di ordine nazionale,
bensì - dato il carattere del movimento - anche implicazioni
inerenti agli obiettivi rivoluzionari che si era preposto.
Il possesso di Trieste infatti era considerato di grande importanza,
non solo per la sua posizione geo-economica rispetto alla
Slovenia, ma anche per la presenza di una forte classe operaia,
nonché come base sia per la difesa del mondo comunista
dall'influenza occidentale sia per un'ulteriore espansione
del comunismo verso Ovest, ed in particolare verso l'Italia
del Nord.
Il PCI, a livello sia locale che nazionale, fino all'estate
del 1944 non accettò l'idea dell'annessione alla Jugoslavia
delle aree mistilingui ovvero a prevalenza italiana, proponendo
di rinviare la definizione del problema al dopoguerra. Più
tardi invece, in una mutata situazione strategica e dopo che
il PCS ebbe assunto il controllo sia delle formazioni garibaldine
che della federazione triestina del PCI, i comunisti giuliani
aderirono all'impostazione dell'OF, mentre in campo nazionale
la linea del PCI si fece più oscillante: le rivendicazioni
jugoslave non vennero mai ufficialmente accolte ma nemmeno
respinte, e Togliatti propose una distinzione tattica fra
annessione di Trieste alla Jugoslavia - di cui non bisognava
parlare - ed occupazione del territorio giuliano da parte
jugoslava, che andava invece favorita dai comunisti italiani.
Sulla linea del PCI, oltre al sostegno sovietico alle rivendicazioni
jugoslave ed al dibattito interno sugli sbocchi da dare alla
lotta di liberazione in Italia, influì anche l'atteggiamento
assunto da buona parte del proletariato italiano di Trieste
e Monfalcone, che aveva accolto la soluzione jugoslava in
chiave internazionalista come integrazione entro uno stato
socialista alle spalle del quale si ergeva l'Unione Sovietica.
Tale scelta provocò pesanti conseguenze all'interno
della resistenza italiana, portando tra l'altro all'eccidio
delle malghe di Porzus, perpetrato da un formazione partigiana
comunista nei confronti di partigiani osovani.
Diversa era la posizione del CLN giuliano (dal quale alla
fine del 1944 uscirono i comunisti, a differenza di quanto
accadde a Gorizia); esso rappresentava i sentimenti della
popolazione italiana di orientamento antifascista che desiderava
il mantenimento della sovranità italiana sulla regione.
Il CLN tendeva inoltre a presentarsi agli anglo-americani
come rappresentante della maggioranza della popolazione italiana,
anche al fine di ottenerne l'appoggio per la definizione dei
confini. Il CLN e l'OF esprimevano orientamenti in materia
di confini opposti e incompatibili, perciò quando il
problema della futura frontiera venne posto in primo piano,
una loro collaborazione strategica divenne impossibile.
Sul piano tattico le ultime possibilità di accordo
in vista dell'insurrezione finale svanirono di fronte all'impossibilità
di raggiungere un'intesa su chi avrebbe avuto il controllo
politico di Trieste dopo la cacciata dei tedeschi. Fu così
che al termine della guerra ciascuna componente della Venezia
Giulia attese i propri liberatori, la Quarta armata jugoslava
e il suo nono corpo operante in Slovenia o l'Ottava armata
britannica, e scorse in quelli dell'altra l'invasore.
Alla fine di aprile CLN e Unità operaia organizzarono
a Trieste due insurrezioni parallele e concorrenziali, ma
ad ogni modo la cacciata dei tedeschi dalla Venezia Giulia
avvenne principalmente per opera delle grandi unità
militari jugoslave e in parte di quelle alleate che finirono
per sovrapporre le loro aree operative in maniera non concordata:
il problema della transizione fra guerra e dopoguerra divenne
così una questione che travalicava i rapporti fra italiani
e sloveni della Venezia Giulia, come pure le relazioni fra
l'Italia e la Jugoslavia, per diventare un nodo, seppur minore
della politica europea del tempo. L'estensione del controllo
jugoslavo dalle aree già precedentemente liberate dal
movimento partigiano fino a tutto il territorio della Venezia
Giulia fu salutata con grande entusiasmo dalla maggioranza
degli sloveni e dagli italiani favorevoli alla Jugoslavia.
Per gli sloveni si trattò di una duplice liberazione,
dagli occupatori tedeschi e dallo Stato Italiano.
Al contrario, i giuliani favorevoli all'Italia considerarono
l'occupazione jugoslava come il momento più buio della
loro storia, anche perché essa si accompagnò
nella zona di Trieste, nel Goriziano e nel Capodistriano ad
un'ondata di violenza che trovò espressione nell'arresto
di molte migliaia di persone, parte delle quali venne in più
riprese rilasciata - in larga maggioranza italiani, ma anche
sloveni contrari al progetto politico comunista jugoslavo
- in centinaia di esecuzioni sommarie immediate, le cui vittime
vennero in genere gettate nelle " foibe ", e nella
deportazione di un gran numero di militari e civili, parte
dei quali perì di stenti o venne liquidata nel corso
dei trasferimenti, nelle carceri e nei campi di prigionia
(fra i quali va ricordato quello di Borovnica) creati in diverse
zone della Jugoslavia. Tali avvenimenti si verificarono in
un clima di resa dei conti per la violenza fascista e di guerra
ed appaiono in larga misura il frutto di un progetto politico
preordinato, in cui confluivano diverse spinte: l'impegno
ad eliminare soggetti e strutture ricollegabili (anche al
di là delle responsabilità personali) al fascismo,
alla dominazione nazista, al collaborazionismo ed allo Stato
italiano, assieme ad un disegno di epurazione preventiva di
oppositori reali, potenziali o presunti tali, in funzione
dell'avvento del regime comunista, e dell'annessione della
Venezia Giulia al nuovo stato jugoslavo.
L'impulso primo della repressione partì da un movimento
rivoluzionario, che si stava trasformando in regime, convertendo
quindi in violenza di Stato l'animosità nazionale ed
ideologica diffusa nei quadri partigiani.
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