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Documento
ufficiale della Commissione Storica Italo-Slovena ( 4
)

I
rapporti italo-sloveni / Periodo 1945-1956

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L'area della Venezia Giulia e delle valli del Natisone (Slavia
Veneta) che vede l'incontrarsi dei popoli italiano e sloveno,
era stata in passato già frammentata, mai però
nella misura in cui lo fu nel primo decennio del dopoguerra.
Dal maggio 1945 al settembre 1947 vi operarono infatti due
amministrazioni militari anglo-americane (con sede a Trieste
e Udine) e il governo militare jugoslavo. La Venezia Giulia
venne divisa in due zone di occupazione: la zona A amministrata
da un governo militare alleato (Gma) e la zona B amministrata
da un governo militare jugoslavo (Vuja), mentre le valli del
Natisone ricadevano sotto la giurisdizione del Gma con sede
a Udine.
Dopo il 1945 la situazione internazionale procedette rapidamente
verso la contrapposizione globale fra Est e Ovest, e anche
se nei rapporti diplomatici fra le grandi potenze la nuova
logica si affermò solo gradualmente, il clima di scontro
fra civiltà informò assai presto gli atteggiamenti
politici delle popolazioni viventi al confine tra Italia e
Jugoslavia. Inoltre, mentre nel primo dopoguerra i rapporti
di forza a livello europeo avevano fatto sì che la
controversia di frontiera italo-jugoslava si concentrasse
sul margine orientale dei territori in discussione, nel secondo
dopoguerra il rovesciamento degli equilibri di potenza fra
i due Stati spostò il dibattito sui bordi occidentali
della regione: il nuovo confine premiò così
il contributo della Jugoslavia, aggredita dall'Italia, alla
vittoria alleata e realizzò buona parte delle aspettative
che avevano animato la lotta degli sloveni e dei croati della
Venezia Giulia contro il fascismo e per l'emancipazione nazionale.
Il tentativo di far coincidere limiti etnici e confini di
stato si rivelò tuttavia impossibile, non solo per
il prevalere delle politiche di potenza, ma per le caratteristiche
stesse del popolamento nella regione Giulia e per il diverso
modo d'intendere l'appartenenza nazionale dei residenti nell'area:
ancora una volta quindi, com'era già avvenuto dopo
il 1918 e com'è del resto tipico dell'età dei
nazionalismi, il coronamento (seppur nel caso degli sloveni
non integrale) delle aspirazioni nazionali di un popolo, si
risolse di fatto nella penalizzazione di quelle dell'altro.
Dopo l'entrata in vigore del Trattato di pace - che istituiva
quale soluzione di compromesso il Territorio Libero di Trieste
(TLT) - le relazioni italo-jugoslave vennero assorbite nella
logica della guerra fredda. Il momento culminante di tale
fase si ebbe nel 1948, quando l'imminenza delle elezioni politiche
italiane indusse i governi occidentali ad emanare la Nota
tripartita del 20 marzo in favore della restituzione all'Italia
dell'intero TLT.
A seguito del dissidio con l'Urss del 1948 la Jugoslavia non
aderì più a blocchi politico-militari e le potenze
occidentali si mostrarono disposte a ripagarne la neutralità
con concessioni economiche e politiche, pur rimanendo essa
retta da un regime totalitario. Sempre su sollecitazione delle
potenze atlantiche, vista l'inconcludenza dei negoziati bilaterali
sulla sorte del TLT, superata la crisi originata dalla Nota
Bipartita dell'8 ottobre 1953, si pervenne il 5 ottobre 1954
alla stipula del Memorandum di Londra.
L'assetto imposto dal Trattato di Pace e successivamente
completato dal Memorandum riuscì complessivamente vantaggioso
per la Jugoslavia, che ottenne la maggior parte dei territori
rivendicati ad eccezione del Goriziano, del Monfalconese e
della Zona A del mai realizzato Territorio Libero di Trieste,
che pur vedevano la presenza di sloveni. Le valli del Natisone,
la val Canale e la val di Resia, sebbene rivendicate dalla
Jugoslavia, non costituirono oggetto di trattative.
Diversa fu la percezione di tale esito da parte delle popolazioni
interessate. Mentre la maggior parte dell'opinione pubblica
italiana salutò con entusiasmo il ritorno all'Italia
di Trieste, che era divenuta il simbolo della lunga contesa
diplomatica per il nuovo confine italo-jugoslavo, gli italiani
della Venezia Giulia vissero la perdita dell'Istria come un
evento traumatico, che sedimentò nella memoria collettiva.
Da parte slovena, la soddisfazione per il recupero delle vaste
aree rurali del Carso e dell'alto Isonzo, si accompagnò
alla delusione per il mancato accoglimento delle storiche
rivendicazioni sui centri urbani di Gorizia e Trieste, in
parte compensato dall'annessione della fascia costiera del
Capodistriano - che vedeva una consistente presenza italiana
- che fornì alla Slovenia lo sbocco al mare.
A conclusione della vertenza, mentre tutta la popolazione
croata della Venezia Giulia si ritrovò nella repubblica
di Croazia facente parte della Federazione jugoslava, rimasero
comunità slovene in Italia, nelle province di Trieste,
Gorizia ed Udine, e comunità italiane in Jugoslavia,
anche se all'atto della stipula del Memorandum d'Intesa queste
ultime erano già state falcidiate dall'esodo dai territori
assegnati alla Croazia in forza del Trattato di pace.
Nelle zone in cui dopo il 1947 venne ripristinata l'amministrazione
italiana, il ritorno alla normalità fu ostacolato dal
permanere di atteggiamenti nazionalisti, anche come conseguenza
dei rancori suscitati dall'occupazione jugoslava del 1945.
Il reinserimento del Goriziano nella compagine statuale italiana
fu accompagnato da numerosi episodi di violenza contro gli
sloveni e contro le persone favorevoli alla Jugoslavia. Le
autorità italiane mostrarono in genere diffidenza verso
gli sloveni e, pur nel rispetto dei loro diritti individuali,
non favorirono lo sviluppo nazionale della comunità
slovena, e in alcuni casi promossero, anzi, tentativi di assimilazione
strisciante. La divisione della vecchia provincia colpì
gravemente il Goriziano, perché l'entroterra montano
del bacino dell'Isonzo restò privo del suo sbocco nella
pianura, e in particolare la popolazione slovena, che rimase
separata dai propri connazionali. Ciò rese necessaria
la costruzione da parte slovena di Nova Gorica, che nel nuovo
clima instauratosi nei decenni seguenti venne allacciando,
anche se con molte difficoltà, rapporti con il centro
urbano rimasto in Italia, la cui ripresa, lenta e faticosa,
si delineò appena sul finire degli anni Cinquanta.
Più precaria si rivelò la posizione degli sloveni
abitanti nelle valli del Natisone e del Resiano e nella Val
Canale, che non furono mai riconosciuti come minoranza nazionale
e rimasero quindi privi dell'insegnamento nella madre lingua
e del diritto ad usarla nei rapporti con le autorità.
In tali zone si registrò il rifiorire, a partire dagli
ultimi anni di guerra, di forme di coscienza nazionale slovena,
ma la comparsa di orientamenti politici filo-jugoslavi presso
popolazioni che avevano sempre manifestato lealismo verso
lo Stato italiano, venne prevalentemente giudicata da parte
italiana, complice anche il clima della guerra fredda, frutto
non di un'evoluzione autonoma ma di agitazione politica proveniente
da oltre confine.
I loro assertori furono fatti oggetto di intimidazioni e
arresti, e in alcuni casi di atti di violenza, da parte di
gruppi estremisti e formazioni paramilitari. Anche il clero
sloveno incontrò difficoltà sia con le autorità
civili sia con quelle religiose diocesane nell'affermare il
proprio ruolo di riferimento per l'identità degli sloveni
della Slavia Veneta a partire dall'esercizio dei suoi compiti
pastorali in lingua slovena. Vi è certo stato in tali
zone un persistente ritardo da parte italiana nell'attuazione
di una politica di tutela corrispondente allo spirito della
Costituzione democratica. Su tale ritardo vennero a pesare
l'inasprirsi della situazione internazionale e le corrispondenti
contrapposizioni politiche. Da ciò derivarono pure
ritardi nell'istituzione della Regione Friuli-Venezia Giulia,
la cui autonomia avrebbe comunque consentito, secondo il disegno
della Costituente, una maggiore attenzione alle regioni minoritarie.
Nelle zone A e B della Venezia Giulia e dal 1947 del TLT,
entrambi i governi militari operarono come amministrazioni
provvisorie, tuttavia differivano fra loro per alcuni aspetti
sostanziali. Mentre infatti il Gma costituiva soltanto un'autorità
di occupazione, la Vuja rappresentava al tempo stesso anche
lo Stato che rivendicava a sé l'area in questione,
e ciò ne condizionò l'opera. Gli angloamericani
introdussero nella zona A ordinamenti ispirati ai principi
liberal-democratici, e, pur mantenendo sempre il completo
controllo militare e politico nella zona A, cercarono sulle
prime di coinvolgere nell'amministrazione civile tutte le
correnti politiche.
Poi però, per il diniego della componente filo-jugoslava
e anche in virtù del peso crescente della guerra fredda
- che fino al 1948 trovò nell'area giuliana uno dei
suoi luoghi di frizione - si servirono soltanto della collaborazione
delle forze filoitaliane e anticomuniste. Il Gma adottò
comunque provvedimenti volti ad assicurare alla popolazione
slovena i suoi diritti nell'uso pubblico della lingua nazionale
ed in campo scolastico, cercando però nel contempo
di ostacolare i rapporti della comunità slovena con
la Slovenia. Inoltre, l'attivazione - sia pure tardiva - degli
istituti di autogoverno locale, permise agli sloveni, con
le libere elezioni del 1949 e 1952, di eleggere i propri rappresentanti
dopo più di due decenni di esclusione dalla vita pubblica.
In quegli anni fece ritorno a Trieste e a Gorizia una parte
degli sloveni fuoriusciti nel periodo fra le due guerre, in
particolare gli appartenenti ai ceti intellettuali, i quali
assunsero importanti funzioni in campo culturale e politico.
Fino al 1954 la priorità attribuita alla questione
dell'appartenenza statuale della zona, sommandosi alle tensioni
della guerra fredda, determinò una polarizzazione della
lotta politica che rese più difficile l'avvio della
nuova vita democratica. Lo spartiacque fra il blocco filo-italiano
e quello filo-jugoslavo non era né esclusivamente nazionale
né solo di classe o ideologico, bensì il risultato
di un intreccio di tali elementi. Fino al 1947 all'interno
dei due blocchi le distinzioni politiche si attenuarono e
trovarono ampio spazio le pulsioni nazionaliste.
Più tardi le articolazioni divennero più marcate
e, anche se il peso dello sconto nazionale rimase assai forte,
le componenti democratiche filo-italiane, che assunsero la
guida politica della zona, badarono in genere a distinguere
la loro azione da quella delle forze di estrema destra. In
modo analogo si manifestarono pubblicamente anche le distinzioni
ideologiche, prima offuscate, fra gli sloveni, i quali formarono
gruppi e partiti ostili alle nuove autorità jugoslave.
Presero corpo anche tendenze indipendentiste, che videro una
certa convergenza di elementi italiani e sloveni attorno all'idea
dell'entrata in vigore dello statuto definitivo del TLT.
Oltre ai rapporti quotidiani fra la gente che viveva sullo
stesso territorio e che non furono mai interrotti, si ebbe
fino alla risoluzione del Cominform una stretta collaborazione
fra gli sloveni e numerosi italiani della regione, legata
soprattutto all'appartenenza di classe e cementata dalla comune
esperienza della lotta partigiana, che in determinati ambienti
era valsa a infrangere alcuni miti, come quello della naturale
avversione fra le due etnie. La scelta in favore dell'annessione
alla Jugoslavia, come stato nel quale si veniva edificando
il comunismo, compiuta allora dalla maggioranza del proletariato
locale di lingua italiana, soprattutto nella zona A, fece
sì che fino alla frattura tra la Jugoslavia e il Cominform
(1948) a lungo si mantenesse la solidarietà fra comunisti
italiani e sloveni, nonostante le crescenti divergenze sul
modo d'intendere l'internazionalismo e sulla concezione del
partito, oltre che su questioni chiave come quella dell'appartenenza
statale della Venezia Giulia.
Stretta fu pure la collaborazione fra il Pci e il Pcj (Pcs),
consolidata dalla lotta comune contro l'invasore e il fascismo,
nonostante la diversità di posizioni su alcune questioni.
Le tensioni esplosero all'atto della risoluzione del Cominform,
sostenuta dalla maggioranza dei comunisti italiani, sicché
si ebbe per parecchio tempo non solo l'interruzione di ogni
contatto ma anche una vera e propria ostilità tra "cominformisti"
e "titini". A seguito di ciò in Jugoslavia
numerosi comunisti italiani, sia fra quelli residenti in Istria
che fra quelli accorsi in Jugoslavia ad "edificare il
socialismo", subirono il carcere, la deportazione e l'esilio.
Si creò pure una frattura tra gli sloveni, essendosi
schierata a favore dell'Unione Sovietica e contro la Jugoslavia
anche la maggioranza degli sloveni della Zona A orientati
a sinistra.
Da allora per lungo tempo gli sloveni furono divisi in tre
gruppi contrapposti e spesso ostili: i democratici, i "cominformisti"
ed i "titini". Nonostante la Zona B della Venezia
Giulia si estendesse su una vasta area compresa tra il confine
di Rapallo e la linea Morgan, l'area amministrata dalle autorità
slovene registrava una vasta presenza italiana solo nella
fascia costiera, mentre la popolazione dell'entroterra era
in larga prevalenza slovena. Nel 1947 tale area costiera concorse,
assieme al Buiese amministrato dalle autorità croate,
alla formazione della Zona B del TLT. Qui la Vuja, che aveva
trasferito parte delle proprie competenze agli organi civili
del potere popolare, cercò di consolidare le strutture
tipiche di un regime comunista, irrispettoso del diritto delle
persone.
Le autorità jugoslave, in contrasto con il mandato
a provvedere alla sola amministrazione provvisoria della zona
occupata, senza pregiudizio della sua destinazione statuale,
cercarono di forzare l'annessione con una politica di fatti
compiuti. Così, oltre a provvedere al riconoscimento
dei diritti nazionali degli sloveni, fino ad allora negati,
tentarono di costringere gli italiani ad aderire alla soluzione
jugoslava, facendo anche uso dell'intimidazione e della violenza.
Nel contempo, le basi economiche del gruppo nazionale italiano,
fino ad allora egemone, vennero compromesse sia dalla nuova
legislazione che dall'interruzione dei rapporti fra le due
zone, mentre le tradizionali gerarchie sociali vennero rivoluzionate,
anche a seguito della progressiva scomparsa della classe dirigente
italiana. Si mirò inoltre ad eliminare i naturali punti
di riferimento culturale delle comunità italiane: così,
a ben poco valse l'attivazione di nuove istituzioni culturali
- come l'emittente radiofonica in lingua italiana - strettamente
controllate dal regime, di fronte alla progressiva espulsione
degli insegnanti e - dopo il 1948 - al ridimensionamento del
sistema scolastico in lingua italiana, nonché all'orientamento
complessivo dell'insegnamento verso l'attenuazione dei legami
del gruppo nazionale italiano con l'Italia e verso la denigrazione
dell'Italia. Allo stesso modo, la persecuzione religiosa del
regime assunse nei confronti del clero italiano, che costituiva
un elemento chiave per la difesa dell'identità nazionale,
un'oggettiva valenza snazionalizzatrice.
Se nei comportamenti anti-italiani di parte degli attivisti
locali, che ribaltavano sull'elemento italiano l'animosità
per i trascorsi del fascismo istriano, è palese sin
dall'immediato dopoguerra l'intento di liberarsi degli italiani
in quanto ritenuti irriducibili alle istanze del nuovo potere,
allo stato attuale delle conoscenze mancano riscontri certi
alle testimonianze - anche autorevoli di parte jugoslava -
sull'esistenza di un piano preordinato di espulsione da parte
del governo jugoslavo, che pare essersi delineato compiutamente
solo dopo la crisi nei rapporti con il Cominform del 1948;
questa spinse i comunisti italiani che vivevano nella zona,
e che pur avevano inizialmente collaborato, anche se con crescenti
riserve, con le autorità jugoslave, a schierarsi nella
loro stragrande maggioranza contro il partito di Tito. Ciò
condusse le autorità popolari ad abbandonare la linea
della "fratellanza italo-slava", che consentiva
al mantenimento nello Stato socialista jugoslavo di una componente
italiana politicamente e socialmente epurata al fine di renderla
conformista rispetto agli orientamenti ideologici e alla politica
nazionale del regime.
Da parte jugoslava, pertanto, si vide con crescente favore
l'abbandono da parte degli italiani della loro terra d'origine,
mentre il trattamento riservato al Gruppo Nazionale Italiano
subì più marcatamente le oscillazioni dei negoziati
sulla sorte del TLT. Alla violenza, che si manifestò
nuovamente al tempo delle elezioni del 1950 e della crisi
triestina del 1953, e agli allontanamenti forzati, si intrecciarono
così provvedimenti miranti a consolidare le barriere
fra Zona A e Zona B. La composizione etnica della Zona B subì
inoltre rimaneggiamenti anche a causa dell'immissione di jugoslavi
in città che erano state quasi esclusivamente italiane.
In conseguenza di tutto ciò, dal distretto di Capodistria
si registrò un flusso costante, anche se numericamente
limitato, di partenze e di fughe, che divenne particolarmente
considerevole agli inizi degli anni Cinquanta, fino a coinvolgere
l'intero gruppo nazionale italiano dopo la stipula del Memorandum
di Londra, quando per gli italiani venne meno la speranza
che la loro situazione potesse mutare. Infatti, nonostante
gli impegni assunti con il Memorandum l'atteggiamento delle
autorità nella Zona B non cambiò, mentre il
medesimo atto concedeva alla popolazione la possibilità
di optare per la cittadinanza italiana entro un tempo limitato.
Complessivamente nel corso del dopoguerra l'esodo dai territori
istriani soggetti oggi alla sovranità slovena coinvolse
più di 27.000 persone - vale a dire la quasi totalità
della popolazione italiana ivi residente, oltre ad alcune
migliaia di sloveni, che vennero ad aggiungersi alla grande
massa di esuli, in larghissima maggioranza italiani (le cui
stime più recenti vanno dalle 200 mila alle 300 mila
unità), provenienti dalle aree dell'Istria e della
Dalmazia oggi appartenenti alla Croazia. Gli italiani rimasti
(l'8% della popolazione complessiva) furono in maggioranza
operai e contadini, specie quelli più anziani, cui
si aggiunsero alcuni immigrati politici del dopoguerra ed
alcuni intellettuali di sinistra.
Fra le ragioni dell'esodo vanno tenute soprattutto presenti
l'oppressione esercitata da un regime la cui natura totalitaria
impediva anche la libera espressione dell'identità
nazionale, il rigetto dei mutamenti nell'egemonia nazionale
e sociale nell'area, nonché la ripulsa nei confronti
delle radicali trasformazioni introdotte nell'economia. L'esistenza
di uno Stato nazionale italiano democratico ed attiguo ai
confini, più che l'azione propagandistica di agenzie
locali filo-italiane, esplicatasi anche in assenza di sollecitazioni
del governo italiano, costituì un fattore oggettivo
di attrazione per popolazioni perseguitate ed impaurite, nonostante
il governo italiano si fosse a più riprese adoperato
per fermare, o quantomeno contenere, l'esodo. A ciò
si aggiunse il deteriorarsi delle condizioni di vita, tipico
dei sistemi socialisti, ma legato pure all'interruzione coatta
dei rapporti con Trieste - che innescarono il timore per gli
italiani dell'Istria di rimanere definitivamente dalla parte
sbagliata della "cortina di ferro". In definitiva,
le comunità italiane furono condotte a riconoscere
l'impossibilità di mantenere la loro identità
nazionale - intesa come complesso di modi di vivere e di sentire,
ben oltre la sola dimensione politico-ideologica - nelle condizioni
concretamente offerte dallo Stato jugoslavo e la loro decisione
venne vissuta come una scelta di libertà.
In una prospettiva più ampia, l'esodo degli italiani
dall'Istria si configura come aspetto particolare del processo
di formazione degli Stati nazionali in territori etnicamente
compositi, che condusse alla dissoluzione della realtà
plurilinguistica e multiculturale esistente nell'Europa centro-orientale
e sud-orientale. Il fatto che gli italiani dovettero abbandonare
uno Stato federale e fondato su di un'ideologia internazionalista,
mostra come nell'ambito stesso di sistemi comunisti le spinte
e distanze nazionali continuassero a condizionare massicciamente
le dinamiche politiche.
La stipula del Memorandum di Londra non risolse tutti i problemi
bilaterali, a cominciare da quelli relativi al trattamento
delle minoranze, ma segnò nel complesso la fine di
uno dei periodi più tesi nei rapporti italo-sloveni
e l'inizio di un'epoca nuova, caratterizzata dal graduale
avvio della cooperazione di confine sulla base degli accordi
di Roma del 1955 e di Udine del 1962 e dallo sviluppo progressivo
dei rapporti culturali ed economici. Nonostante i loro contrasti,
già a partire dalla stipula del Trattato di Pace, i
due paesi, l'Italia e la Jugoslavia, avevano avviato rapporti
sempre più stretti, tali da rendere a partire dagli
anni Sessanta tardi il loro confine il più aperto fra
due Paesi europei a diverso ordinamento sociale. L'apporto
delle due minoranze fu a tale proposito del massimo rilievo.
Tutto ciò concorse, dopo decenni di accesi contrasti,
ad avviare sia pure fra temporanee ricadute, i due popoli
verso una più feconda collaborazione.
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